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Il paradosso della legge

Giovedì, Settembre 4th, 2008

 

Ieri sera guardavo su La 7 Mississipi Burning. Ambientato nel Mississippi degli anni ‘60, vede due agenti dell’FBI (interpretati da un grandissimo Gene Hackman e da Willem Dafoe) incaricati di fare luce sulla scomparsa di tre giovani attivisti dei diritti civili, uno afroamericano. Dafoe è un giovane agente laureato, ligio al codice e alla procedura; Hackman un agente anziano e navigato, pronto ad usare i metodi più duri per condurre le indagini. Entrambi si scontreranno con l’omertà e i pregiudizi degli abitanti di Jessup, in uno degli stati americani più ferocemente razzisti della nazione, saldamente guidato dal nuovo Ku Klux Klan.

Bianco, anglosassone e protestante: ecco l’unico prototipo d’uomo ammesso a Jessup dove per avere incendiato la casa di un nero, si rischiano al massimo cinque anni con la condizionale.

I metodi corretti e puliti di Ward non bastano ad “aprire dall’interno il barattolo di vermi” così dopo l’ennesimo episodio di brutale violenza, tocca ad Anderson e ai suoi metodi. Anderson chiama altri agenti dell’FBI, specializzati “in lavori particolari” e a forza di minacce, bluff, sopraffazioni, violenze e sequestri sui presunti colpevoli, scoperchia finalmente la botola di omertà e consegna alla giustizia i criminali, tra cui il sindaco, il vicesindaco e il vicesceriffo. Confrontati con le porcherie ignominiose a cui vengono sottoposti i neri nel film, le violenze di Anderson sembrano ragazzate, ma la morale rimane quella, amarissima, secondo la quale la giustizia secondo legge trionfa solo se tiene ben nascosta sotto il mantello l’ascia sporca della violenza. Una morale che viene quasi da condividere in un film dove buoni e cattivi sono divisi da un muro alto 3 metri e dove tutti portano la tutina rosso diavolo e azzurro angelo. Ma nella realtà i capi di sartoria sono più variegati e le cose si fanno più complesse. O no?