L’America secondo DeLillo

Don DeLillo
A leggere la quarta di copertina di Americana, libro di esordio di Don DeLillo negli anni ‘70, ho pensato, come tanti immagino, di trovarmi di fronte ad un romanzo “on the road”.
L’affascinante David Bell incarna la realizzazione del sogno americano. Nonostante sia poco piú che ventenne è già manager di una grande rete televisiva. All’apice del successo il giovane trova però davanti a sé un vuoto insopportabile che lo spinge ad allontanarsi da Manhattan per intraprendere un viaggio nel cuore dell’America, a bordo di un vecchio camper e con la cinepresa sempre a disposizione, accompagnato da tre stravaganti soggetti. Scopo del viaggio è riprendere la vita della gente comune nelle piccole città di provincia, catturando i volti veri, la rabbia, i conflitti che intessono il paese, tutto quello che la televisione ignora o mimetizza, cioè la realtà. È il film della sua vita, il tentativo folle, e commovente al tempo stesso, di scrivere un pezzo di storia americana.
In realtà i tempi di Faulkner e di Kerouac sono morti e DeLillo, nonostante nel 1972 sia ancora al suo primo romanzo, lo sa perfettamente. Viaggio alla scoperta dell’America? Non lo so… alcuni dicono che solo gli americani possono capire i libri di DeLillo. Il fatto è che il libro è per tre quarti un lungo monologo introspettivo di David, che cerca e filma quella che considera l’americanità vera, dove americanità per David significa vita, vita vera, fuori dalla claustrofobica Manhattan dove vive, dove ha venduto quasi per intero la sua anima. La cinepresa di David sembra quasi una macchina dell’ossigeno a cui attaccarsi disperatamente. Sarà questa americanità a restituirlo alla vita? Leggete e saprete.
Il vero movimento di Americana è la stasi. Un libro al rallentatore, spesso vischioso, macchinoso, fatto di vicoli ciechi e marce indietro. La pecca maggiore di questo libro, di cui se ne dice un gran male, ingiustamente, è l’incapacità di fondere, di saldare invisibilmente la prima e la seconda parte del libro, di tenere saldamente il timone dell’intreccio per ben 400 pagine. Ma Americana, nonostante questo, è un bel libro; un baule del solaio che in mezzo a monete di rame e paccottiglia di peltro, nasconde gemme meravigliose. Vale la pena di leggerlo solo per la meravigliosa prima parte, con l’atmosfera soffocante e terribile di New York e del network dove lavora David, e le ultime trenta pagine, un micro viaggio totale e allucinato in mezzo al deserto tra prostitute, birre, marines mutilati, comunità di yippies. Se il libro avesse tenuto quel tono per le altre 200, sarebbe stato un capolavoro.
Americana - Don DeLillo - EInaudi, Torino, 2000. Titolo originale: Americana, 1971.
Tags: libri

Aspirante vagabondo, viaggiatore per natura, imbrattacarte.
Settembre 9th, 2008 at 15:06
Maledetto, ti sei aperto un altro blog e non m’hai detto nulla… ed io che aspettavo aggiornamenti da quest’altra parte!
E’ un piacere tornare a leggerti
Ciao,
Giovanni
Settembre 9th, 2008 at 15:09
Ahhhh! Mi scuddai di avvertirti! Scusa Gio! Grazie! Naturalmente ti ho rilinkato!